Dettaglio di Lot and his Daughters, Hendrick Goltzius, 1616, 140 × 204 cm, Olio su tela, Rijksmuseum, Amsterdam.
«Der Tod ist klar / wie Honig im August / so klar ist dieser Tod / und treu mir»
(Thomas Bernhard, In hora mortis)
«Forse non è la catastrofe. Chi ne sa nulla? Nostradamus non è che il catalogo della morte.»
(Giorgio Manganelli, Le interviste impossibili)
«Tâchons d'entrer dans la mort les yeux ouverts...»
(Marguerite Yourcenar, Mémoires d’Hadrien)
Tu lo sai perché sono depresso.
Io un bambino lo voglio, anche se tu hai le tue visioni.
Per cosa? Perché muoia a ventisette, dopo aver vissuto abbastanza da affezionarsi a tutto questo? Perché vuoi essere crudele? O è perché non mi credi?
Ti credo. Lo sai che ti credo. Però lo voglio lo stesso. Vorrei aver fatto almeno una cosa bella prima della fine. Tu la vedi là, tra le cose che stanno per finire, una cosa bella fatta da me?
Non lo so, perché non distinguo cos’è bello.
Io non sono bella per te?
Tu sì, tu sei l’unica cosa bella per me. Non distinguo cos’è bello perché mi pare che niente ti somigli. Un bambino ti somiglierebbe per metà, sarebbe bello per metà.
Ti amo.
Mi chiedo se quando finirà mi starai ancora amando. Io questo non lo vedo. L’amore sta dentro e io vedo solo il fuori. Nella visione mi abbracci, ma forse è perché hai paura.
Certo che ti amerò. Certo, ci puoi giurare.
Come quegli amanti pompeiani, quando anche Istanbul sarà come Pompei, quando il mondo intero sarà come Pompei e tutti si ameranno nella cenere.
No, basta. Non di nuovo.
I nascituri dormiranno in culle di braci e avranno tizzoni al posto delle mani, tizzoni per piedi. Si udranno boati dal fondo nero della terra e dalle crepe saliranno turbini.
Basta, ti prego.
I turbini solleveranno le case e le persone insieme con la polvere e le sbalzeranno in aria come zampilli di fontane. Uomini e donne nel vento come bambole rabberciate. Carne fatta a brani da belve in trasparenza, frammenti di arazzi che illustrano la fine.
Non t’importa se piango?
Il magma avvolge il paesaggio come un flutto. Il paesaggio si sfa in rovina. Gli alberi sono fossili ischeletriti, i loro rami sono dita che toccano la fine. Le infiorescenze svaporano: linfe gassificate, confusione di petali in fiamme.
Guarda che cosa mi fai! Tutte le volte, tutte le volte…
Nubi basse e vermiglie, simili a enfiagioni, crepitano di folgore, si scaricano al suolo. Il fuoco terrestre e il fuoco celeste conflagrano in un’unica vampata.
Non voglio, non voglio…
I raggi non possono più penetrare le cortine di fumo. La notte cala sul mondo, lo sprofonda nella tenebra. Il mondo è morto. Istanbul è Pompei. Le cupole d’oro tornano liquefatte nel crogiolo. Venezia è una caligine rovente. Parigi è soltanto l’ombra delle sue necropoli. Gli antichi morti galleggiano coi nuovi, le ossa si rimestano. Tempeste di meteore sulla baia di Acapulco.
Nessuno è al sicuro…
Nessuno. I forti se ne vanno con gli occhi aperti, i deboli si prostrano, gli stanchi accolgono la fine. Tu non sei stanca. Tu vuoi essere forte, ma sei debole. Hai gli occhi aperti, ma sei prostrata. Hai gli occhi aperti, ma sono pieni di lacrime.
Anche adesso, guardami, anche adesso! E tu vai avanti, non t’importa.
Adesso c’è silenzio. Shhh, shhh. Adesso siamo morti.
Ci abbracciamo ancora?
Sì, sì, ci abbracciamo. Per un po’, almeno. Poi sotto i nostri corpi si apre una voragine e addio: ognuno va a infossarsi in un suo anfratto personale.
No! No no no…
Shhh! Siamo morti, ricordi? I morti non emettono suoni. I morti devono restare silenziosi. Shhh… Respira piano, così. Chiudi gli occhi. Così è come essere morti.
Siamo morti. Lo siamo? Siamo morti!
Ma no, no. Era per provare. Abbiamo tempo ancora. Ventisette anni sono tanto di quel tempo. In ventisette anni un bambino diventa un uomo, una bambina diventa una donna. Imparano a giocare con il loro sesso. Imparano il senso della fine.
Io un bambino lo voglio comunque.
Allora sei cretina.
Ma ventisette anni… Potremmo farcene un uomo, potremmo farcene una donna. Fatti e finiti.
Finiti.
Pensa, che bello!
Non hai capito niente. Perché vuoi essere crudele? O è che non mi credi?
Ho capito, ho capito.
E allora?
Allora forse è che non ti credo.