Allora cadde il fuoco dall’eterno
My Father Pledged Me a Sword, Anselm Kiefer, German 1975, The Met New York
Avevo cominciato con lo stomaco contorto. Non so neanche chi lo avesse detto, né se quel giorno fosse quella la mia stella, o un altro modo di stare in paradiso. Mi ricordai che Roma è la città dell’amore. Che le epoche hanno in serbo i ricordi per mantenerci vivi. Che a volte capita anche di morire in uno sguardo, e poi è la lotta per renderlo immortale.
I cuccioli di leone nascono quasi inanimati, è il ruggito a portarli al mondo: stavo cercando il mio? Nel deserto degli istanti, dove ogni possibilità era un oggetto esausto, faticavo a trovare il cuore, l’arcano di una scelta: andavo percuotendo il frastuono del superfluo fino a farlo gridare di necessità. Non la trovavo. Che è un altro modo di dire: «Non so dove andare». La libertà senza desiderio è una brutta bestia, mi ripetevo. Forse non sapevo di esserne già stato ingoiato, ma nemmeno la nostalgia delle stelle poteva indicarmi una via per bucarle la pancia. C’è chi ha guadagnato il proprio destino dall’indistinto e finisce per amarlo, e chi invece subisce la realtà assoluta di uno stato, dove la vocazione – che si volge in destinazione – ha nella sordina del suo ripetersi l’accordo stonato che invoca la salvezza. Sarà stata la bocca finalmente spalancata o lo squarcio inciso da un dente strappato?
Ma queste sono le cose che nessuno sa sentire, che qualcuno ancora osa confessare. Che in pochi capiscono. Esiste solo un fanatismo: sperare l’impossibile. Come, dunque, portarvi sulla soglia dei sussulti eterni e silenziosi, in quel nucleo intatto di stagione, lo spigolare azzurro nel mio cuore sparso? Si deve tentare di cercare le parole disseccate, rese cenere da un uso che si ostina a volerle verdi, fresche soluzioni per problemi usciti dalla crisalide e involati in un’altra sezione del tempo ignoto. Infrangere, dall’altro lato, l’antica tentazione adamitica della sillaba come incantesimo, del getto effettuale con cui la paura fa di ogni frase una profezia, sigillo infrangibile a contrappunto del primo oblio. Dimenticare il linguaggio fino a creare le cose nuove, dimenticare le parole nuove per farsi riprendere in imboscata. Io lo sapevo, sapevo tutto: solo l’Angelo, però, è necessario.
«Amami, per favore» diceva il vuoto ai suoi momenti, a quei figli inesatti. Io, che dei primordi non avevo mai avuto nessuna immagine e che avevo detto alla mia vita di disporsi al transito della vita eterna, non potevo castigarlo. Eppure lo odiavo fino a confondermi col mio dio. Bramavo un giudizio finale che potesse estinguere la pace e consegnare il creato alla fede di un dinamismo perfetto e sempre sazio. Che ne sarebbe stato degli altri? Il pensiero di un’energia infinita è insostenibile, tutti anelano al riposo. E io, come un bambino con l’inclemenza nelle vene, sognavo una margherita nera, con cui distruggermi confidandoci i segreti.
È difficile dipingerne l’idea. Cosa c’è di più sublime che sfamare l’altro con le proprie lacrime? I sentimentali non capiranno mai, questi maniaci che riducono l’incontro a confessione, che non concepiscono l’evento se non come ricamo di una soggettività malacconcia, dove ogni fame non è mai pazienza, e ogni esperienza è un fatto privato. Quei fiumi negli occhi non sono un accadimento, ma ciò che c’è: noi stessi in mostra. La verità vivente che sboccia nell’infinita attesa del lasciarsi percepire, come se tutta l’intera anima del mondo fosse lì a interrogare la forma di una sua propaggine, curiosa di sentirla pulsare, seppur di tremore. È un trattenere il fiato dalla meraviglia, con la spaventosa coscienza che l’inspiro non sia un furto e l’esalazione un dono inconcepibile e presente. Ah se potessi averlo vissuto così a lungo da sparire, di averne la forza trasmessa per farvici sprofondare dentro! Consegnarsi all’abisso di un bacio che mi sfami di canto, che faccia di due solitudini un frammento di cosmo: non riesco a immaginare un Bene che non sia questo.
Ciò che tutto assorbe vuole essere un enigma, così il nero è il colore di ogni cosa. E per me quel fiore è tutto! Ero stanco delle sfumature ballerine del quotidiano, il magone assaliva le illusioni, e la giovinezza aveva quel tanto di riserva da permettermi di concepire un abisso fortuito, nei bar, per i marciapiedi, sulla porta di casa. Non era abbastanza. Accade un momento in cui ogni avvenire si fa apocalisse. Da lì ogni nuvola è diluvio, ogni alba è conflagrazione. La ciascunità delle cose si orienta allora su un’unica certezza: che morire sia una rinascita. Che esilio! Che tedio banale! Ma era tutto quello che avevo. L’intera sorgente delle divergenze, il frinire assordante che incombe sull’ispirazione arroccato su un’unica capitolazione: l’estrema unzione che contenga la sofferenza invece di coronarla. Sarei morto, sì. Il modo mi disgustava.
Mi dimenticai che Roma era la città dell’amore. Cristo era salito al cielo con le mani bucate. Non aspettavo che un ordine per seguirlo. Mi accorsi dunque che il martirio non è una forma di spettacolo, ma di tatto, e presi a camminare. Decisi che, fin quando i nervi me lo avrebbero concesso, avrei cercato il sudore che traspira sulla parete dell’occhio, la foce nel dettaglio. Andai dove gli strati della storia erano più innocui, in un museo, forse convinto che fosse quello il luogo adatto per il clamore a venire. E le gambe conoscevano la rotta per la loro paradossale libertà, cosicché piano piano si palesò il delitto: avrei visitato il mio Campidoglio per decapitarmi. Non esistono manuali per la mutilazione. Eppure mi ricordavo di quella violenta carezza che dice: «Ricorda che hai un’anima. E un’anima può tutto». Perfino questo? Così varcai la soglia della meraviglia per un capriccio di teoria.
L’estetica diviene un fatto formale solo se si è circondati di cadaveri. Mi sarei denudato, affinché non fossero più tali, per essere preda di quegli sguardi incisi nella durata. Il confine tra vergogna ed ebrezza non era mai stato così incerto. E con esso la gelosia del sonno veniva meno: ero la veglia di un sogno altrui. Dov’era il motore? Inspirando, avevo inghiottito il sipario, cominciavo – lei alba, me tramonto! – l’epopea di quelle mura. Vedevo la loro danza. Accadde che la luce iniziò a dare i suoi morsi a ogni tentativo di figura, ed ero la spina nel piede del fanciullo, la spada immobile nella giugulare di tutte le sinfonie ancora pietrificate, le tiare pesanti nel calvario degli editti divini, il mestiere improvvisato di un’animale che nutrirà l’impero, la noia, la fede, un flash capitato per sbaglio. Cosa? Di più, di meno. Ero anche il diavolo sconfitto dalla croce. Il livido più sensuale della carne. Ero il suono dell’agonia di un mondo che ritrovava il suo fasto cavalcante e finalmente immolava le mie viscere, schiantando il colosso. Rideva. L’arco sulle sue labbra confessava l’inaudito: aveva amato la clava, la caduta era stata lieve! Il globo, la sua rovina, rifletteva tutti i tesori. E chi ama i tesori, si sa, deve amare i draghi che li proteggono.
Mi espiravo dentro. Dovetti sedermi, perché non ero pronto a perdere anche gli occhi. Ma la domanda più giusta sarebbe stata: erano ancora miei? Coloro che invidiano le fantasmagorie adorano il testimone a scapito della fiamma. Ut ardeat cor meum: ecco le mie insegne. Deposte? Ah, il fastidio dei possessivi! La decapitazione aveva sbrinato lo zolfo ed ora era il dilemma degli ingenui: godere della casa che brucia? Il pericolo ha sempre il merito di sollevare le ali. Io ero stato il pericolo. E adesso volevo anche il rogo.
Costeggiavo le fondamenta di un tempio. Erano le ossa del mio destino o lo scheletro di un futuro mancato? Ho sempre creduto che la morte venga per tutti con uno squillo di tromba. Proprio quando disperavo della sosta – Dio mio, Dio delle glorie e dell’avarizia, cos’è l’esperienza definitiva? – vidi la fine dei miei giorni. Ed era lo sfondo di due iridi non mie, così profonde che l’infinito si era disperato anch’esso, e aveva scelto di farle sue. «Ciao». Scoprii che parlavano, che la pelle dell’Inizio si poteva toccare, era un odore. E io, non so dire come, potevo rispondere. Le coordinate del miracolo avevano scelto di sedersi di fronte a me. E in qualche minuto, dove tutte le ere si erano aperte per sconfinare tra di noi, ebbi il sospetto che una tragedia si compiva, e seppi di quel tremendo freddo: che si muore infine nell’amore, ed è lui a risorgerci nel petto. Solo la Bellezza arresta il movimento. Il leone…
Sulla via di casa, il mio diaframma si abbassava sullo stomaco per tenerlo al sicuro, all’oscuro, e iniziare la lotta dello scomparire. Dedicare una ferita di cielo. Petalo su petalo, strappavo quel fiore, in una preghiera tutta da conoscere. Quel sorriso si faceva indimenticabile. Potevo essere visto e riposare. Allora cadde il fuoco dall’eterno. E ricominciai a soffrire come volevo: per una verità.