Mundus Imaginalis Acusmatico 

James Turrell — Dhātu, dalla serie Ganzfeld, Parigi, 2010.

Gli akousmatikoi sedevano in silenzio, attenti al suono che si propagava tra loro, senza poter vedere il maestro. Pitagora era celato dietro un velo: non per nascondersi, ma per liberare il suono dalla tirannia dell’occhio. Come la Montagna di Qāf che separa la terra dei mortali dall’Ottavo Clima, quella cortina di tessuto divideva il mondo degli oggetti visibili dal regno delle forme sonore pure, entità che possiedono estensione senza occupare spazio, consistenza senza essere materia. Quando Pierre Schaeffer riconobbe in questo ascolto velato l’essenza della musique concrète, nominava un mistero antico quanto l’umanità: il suono come veicolo per varcare la Montagna.
Ogni tradizione spirituale conosce questa funzione psicopompica del suono: lo sciamano siberiano transita i mondi al ritmo del tamburo, l’iniziato aborigeno percorre le Vie dei Canti che mappano il Dreamtime, e così via. Il suono non è solo fenomeno acustico, ma scala di Giacobbe che connette i piani dell’essere.       
La musica acusmatica riattiva questa antica via senza cornici culturali predefinite, senza miti a guidare il passaggio. È l’esperienza pura che deve farsi strada, la coscienza nuda davanti all’enigma del suono che emerge dal nulla e vi ritorna. Come scrive Suhrawardī, il passaggio attraverso la Montagna di Qāf è simile a «una goccia di balsamo che, esposta al sole nella coppa della mano, passa attraverso il palmo fino all’altro lato», un istante impercettibile e assoluto in cui ciò che sembrava solido si rivela permeabile, e il confine tra questo mondo e l’Ottavo Clima si dissolve.

Henry Corbin, studiando i mistici persiani, riconobbe in questo luogo di passaggio la categoria del mundus imaginalis, realtà intermedia tra materia e spirito, dotata di propria oggettività fenomenologica. Il suono acusmatico, separato dalla fonte visiva, acquista un’autonomia ontologica e diventa espressione di questa terra di mezzo. Il mundus imaginalis acusmatico non preesiste come luogo oggettivo, né si riduce a proiezione soggettiva, ma emerge dalla relazione simbiotica tra la disponibilità ricettiva dell’ascoltatore e le potenzialità morfogenetiche del suono. L’ascoltatore apprende quella che Corbin chiamava percezione teofanica: il riconoscimento della natura immaginale del fenomeno sonoro, che non è più oggetto esterno, ma entità che partecipa simultaneamente del sensibile e dello spirituale, forma con densità e mobilità.

Varcare la Montagna di Qāf significa trasformare la modalità stessa del percepire. Oltre la Montagna si estende il Nā-kojā-Ābād, la terra del non-dove, l’Ottavo Clima che esiste oltre la sfera delle stelle fisse. Ogni composizione acusmatica è un passaggio attraverso Qāf, un portale che si apre quando l’ascolto raggiunge la profondità contemplativa che permette l’accesso al mundus imaginalis. In questo spazio si manifestano architetture impossibili dell’ascolto, spazi che non obbediscono alla geometria euclidea, ma alla logica organica dell’incorporazione, dove l’interno può essere più vasto dell’esterno e l’eco precede il suono che la genera. L’ascoltatore si ritrova immerso in cattedrali di frequenze, in palazzi di luce solidificata e di tempo cristallizzato. In questa geografia sacra, il suono non è più oggetto di fronte alla coscienza, ma dimensione che la avvolge, la permea, la trasforma dall’interno. L’ascoltatore si trova nella condizione del viaggiatore mistico che, varcata la Montagna, giunge all’Ottavo Clima, dove le coordinate ordinarie dell’orientamento si dissolvono e gli unici indicatori direzionali sono gli stati interiori e le loro metamorfosi.

Le composizioni acusmatiche tessono labirinti di mutazioni continue, dove ogni forma cresce dall’interno della precedente, ogni suono è grembo del successivo. È un’intelligenza uterina che opera con pazienza infinita, facendo maturare le trasformazioni secondo i tempi organici della sapienza della gestazione. In questo grembo sonoro, la coscienza sperimenta vertigine ontologica, regressione e rinascita simultanee. Il suono diventa medium amniotico in cui disgregarsi senza perdersi, atmosfera respirabile di un’alterità che accoglie senza assimilare. Questa condizione non è una metafora psicologica, bensì una struttura fenomenologica che riattiva il campo preindividuale: la dimensione primordiale in cui soggetti e oggetti non si sono ancora separati, dove conoscere significa co-nascere. Il tempo stesso assume qualità gestazionale, non scorre linearmente, ma si avvolge su sé stesso come un neonato che si succhia il pollice, contenendo in un solo gesto vita e dissoluzione.

L’attraversamento della Montagna di Qāf richiede una forma d’attenzione che sconfina nella contemplazione: non sforzo volitivo, ma disponibilità ricettiva. La coscienza deve farsi vuota e porosa, come il palmo della mano di Suhrawardī, affinché ciò che sembrava solido possa filtrare attraverso. Solo allora avviene il miracolo, l’identità dell’ascoltatore si rivela permeabile, e ciò che sembrava esterno si manifesta nell’interiorità più profonda. Nella contemplazione acusmatica si manifesta una verità mistica essenziale: non esiste alcuna discrepanza ontologica tra ascoltatore e suono. Il padiglione auricolare, il condotto uditivo, il timpano, vibrano per mezzo dell’onda sonora, ma questa a sua volta vibra nell’orecchio; ciascuno è eco dell’altro, due modulazioni della stessa onda che si propaga attraverso Qāf. Questa adesione incondizionata dell’anima contemplante all’onda sonora contemplata fa dello stato contemplativo uno stato estatico nel senso proprio di ek-stasis, uscita dalla posizione egoica ordinaria. Fuori di sé, l’anima vibra in corrispondenza con le onde sonore, varca la Montagna senza accorgersene, si ritrova nell’Ottavo Clima dove qui ed ora coincidono, dove momento nel tempo e posto nello spazio sono un’unica evidenza indivisibile.

Tanto più la volontà di ascolto si impone, tanto più la porta si chiude. Qāf non si scala con la forza, ma si attraversa per grazia. Il mundus imaginalis acusmatico non si apre a chi lo cerca con la volontà di conquista, ma a chi ha sviluppato quella capacità di ascolto che i sufi chiamano sam’, l’audizione spirituale che percepisce nel suono sensibile la presenza del soprasensibile. Non semplice atto uditivo, quanto unione con la presenza divina che si propaga nella vibrazione sonora. Quando l’ascolto giunge a questa soglia, non resta confinato all’orecchio: si espande come visione interiore, come chiaroveggenza del grembo. Il suono accolto genera forma; l’audizione diventa gestazione che necessita della vista uterina, in grado di riconoscere la vita nel suo stato di pura potenzialità e sosta nel grembo sonoro. Chi ritorna dal viaggio porta con sé le perle paradossali dell’Ottavo Clima. Non concetti da trasmettere, ma qualità incorporate; non mappe da consultare, ma la memoria corporea incancellabile del passaggio.           

In un’epoca dominata dall’estrazione di attenzione e dalla saturazione percettiva, la pratica acusmatica è forma sottile di resistenza contemplativa: il diritto di sostare sulla soglia tra i mondi, di rifiutare la tirannia dell’immediatezza. Non fuga dal reale, ma immersione nella sua profondità qualitativa. Come i mistici scalano spiritualmente Qāf, così l’ascoltatore crea zone temporali liberate dove la presenza si addensa fino a farsi tattile. La Montagna di Qāf diviene così metafora operativa di una pratica che agisce da un cuore tecnologico, utilizzandone i mezzi (registrazione, elaborazione elettronica, diffusione multicanale) per riaprire l’accesso a dimensioni dell’esperienza arcaiche. Nessun maestro può trasmettere questa via per via concettuale: come ogni iniziazione, essa richiede esperienza diretta. La pedagogia autentica dell’ascolto è maieutica spirituale, non insegna che cosa ascoltare, ma come predisporre la coscienza al passaggio. Imparare a riconoscere l’istante di permeabilità in cui la goccia di balsamo attraversa il palmo e la coscienza scivola oltre, senza strappi. Questi momenti non si producono per volontà, ma si preparano con la pazienza di chi attende il germogliare di un seme nel buio.

Il velo che separava gli akousmatikoi dal maestro vibra ancora nella pratica acusmatica contemporanea, tra la terra dei nomi e la terra del non-dove. È alveolo che consente la respirazione tra il mondo degli oggetti e il mundus imaginalis, luogo di scambio in cui il visibile inspira l’invisibile e l’invisibile espira nel visibile. Ogni composizione tesse questo velo cosmico con fili di suono puro. La Montagna di Qāf non è lontana: si erge nel silenzio dell’ascolto, pronta a schiudersi a chi sosta nel suono con abbandono fiducioso e attenzione ek-statica. All’aprirsi dell’orecchio contemplativo, il velo si assottiglia, la Montagna si dissolve, e l’Ottavo Clima emerge nella sua evidenza impossibile. I mondi si toccano, e l’essere si riconosce nella vibrazione che li unisce.

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Vivere tristemente